Eraldo Affinati

 

Giubileo, uno scrittore e 5 immigrati africani a piedi sulla via Francigena

   Arrivano dai villaggi dispersi del Sahel. Dagli altipiani bruciati dal sole. Dalla polvere che ti entra nel naso e ti impedisce di respirare. Cresciuti alle porte del nulla, fra Bamako e Tombouctou, sono sopravvissuti alla fame, agli stenti, all’inedia spirituale, alle persecuzioni politiche. Analfabeti nella lingua madre. Senza prospettive di vero sviluppo. Alti, giovani, forti e disperati. Un giorno, stanchi della miseria vissuta fin da bambini, hanno deciso di sfidare il deserto di roccia nuda, dal quale si erano sempre tenuti lontani, e proprio loro, che non avevano mai visto il mare, lo hanno raggiunto e superato. Che timore possono avere uomini così, antichi combattenti temprati dalla fatica, domatori di spettri, esperti d’incantesimi, di compiere insieme a me il tratto finale della via Francigena?

 

   Sulle rampe di Monte Mario, poco sotto l’Osservatorio Astronomico, giungevano i pellegrini dopo anni di viaggio a piedi e, uscendo dall’ultimo sentiero, scoprivano, come in un sogno, la distesa a perdita d’occhio dell’Urbe imperitura. “Romà!” esclama ora con l’accento francese e gli occhi sgranati dalla meraviglia Djegui, curioso del mondo e della vita, lasciando che i suoi compagni lo ritraggano festanti in un improvvisato selfie sullo sfondo della cupola di San Pietro. Mentre percorrevamo il tratto conclusivo del famoso itinerario ho cercato di spiegare ai miei amici, i quali oggi vivono in un centro di accoglienza della capitale in attesa di un permesso per lavorare, il senso che avrebbe potuto avere il nostro cammino. 

 

   Le domande schioccavano una dietro l’altra nello splendore della giornata romana. Cosa significa Giubileo? Vallo a spiegare a Moussa, che non è mai andato a scuola e ha tenuto una penna in mano per la prima volta solo quando si è seduto accanto a Franco, volontario pronto a guidarlo nell’apprendimento dell’alfabeto. Perché questa solennità religiosa è intitolata alla misericordia? Fallo capire, se ci riesci, a Mahamadou, dal cui sguardo malinconico un po’ sospeso filtra l’amarezza della solitudine vissuta da bambino quando nessuno si occupava di lui ed era costretto a elemosinare il cibo nei mercati di Niamey, fra cani randagi e sciami di mosche. In quale modo questo nostro avanzare sulla via Trionfale in direzione del Vaticano potrebbe assumere un valore simbolico, pensando ai più recenti atti terroristici parigini, se non addirittura ecumenico, in considerazione del fatto che questi profughi sono tutti musulmani? Prova a farlo capire a Aboulaye, atleta naturale, sebbene illetterato, che dal momento in cui è giunto sulle rive del Tevere si allena tre volte a settimana in una palestra di Karate, con risultati mi dicono straordinari.

 

   Forse soltanto Baba, il più grande di tutti, non solo dal punto di vista anagrafico, già padre di una bimba lasciata in Africa nella speranza di poter un giorno tornare a guarirla dalla malattia che la tormenta, sarebbe in grado di comprendere le mie spiegazioni e saprebbe comunicarle agli altri, lui che a quest’ora ha già recitato la prima delle cinque preghiere quotidiane previste dal Corano, fabbro provetto, fornaio d’esperienza piena, eppure costretto a restare con le mani in mano nel centro dove attualmente è ospitato. Io che di norma insegno ai cosiddetti “minorenni non accompagnati”, i quali quasi sempre mi contagiano con la loro allegria incosciente e spensierata, di fronte a questi richiedenti asilo politico, uomini fatti che, come avrebbe detto Joseph Conrad, si sono lasciati alle spalle la regione della prima gioventù e si stanno avvicinando alla linea d’ombra che annuncia la maturità, non riesco a trattenere la mestizia del maestro privo di supporti didattici, l’incertezza della guida improvvisata, il timore del padre ansioso.

 

   Ma poi accade un evento imprevisto che apre una nuova prospettiva e illumina la strada assai più di quanto avrei potuto fare da solo. Appena sbuchiamo sulla via della Conciliazione, in prossimità del traguardo, il gruppo s’elettrizza. Sarà per la potenza, oggettivamente innegabile, del complesso architettonico. Sarà per la folla che s’accalca sotto il colonnato del Bernini. Sarà per lo scarto che i miei compagni di viaggio sperimentano fra la memoria visiva dell’infanzia, intessuta di fango e sterpi, e la magniloquenza della grande basilica. Fatto sta che veloci si rianimano dirigendosi svelti sotto la terrazza da cui, ogni domenica, Papa Francesco si affaccia per l’Angelus. Gli immigrati si fanno largo in mezzo ai fedeli. Quale sorpresa, da parte loro, nel riconoscere, diffusi dai grandi schermi sul piazzale vaticano, gli stessi villaggi di paglia da cui sono partiti. Capito, Moussa, Djegui, Mahamadou, Aboulaye e Baba? Siete venuti nella casa del pontefice proprio il giorno in cui lui sta aprendo la Porta Santa nella vostra terra. L’avete fatto per un semplice gesto d’amicizia, senza guardare al colore della casacca. E allora mettiamo le nostre mani una sull’altra. Qui finisce la via Francigena.

 
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