Le ragioni del ritorno

Ero a Volgograd, come oggi si chiama Stalingrado, davanti a quella che un tempo fu la vecchia fabbrica di trattori dove la Seconda guerra mondiale conobbe una svolta. All'orizzonte, sulla collina del Mamajev Kurgan, simile a una locandina cinematografica, spiccava la gigantesca statua di una donna che stringe la spada chiamando a raccolta il popolo. Un ragazzetto pieno di lentiggini, tenutosi in disparte fino ad allora, si avvicinò a me con fare deciso e in un perfetto inglese si offrì come guida per accompagnarmi lungo i sentieri della storia. Chiamami Ivan.

Ero a Benares, meglio conosciuta secondo il toponimo Varanasi, sulle rive del Gange, fra liquami e meraviglie, nel punto in cui da secoli gli uomini usano bruciare i cadaveri nella commovente speranza di purificarli, quando una donna anziana, leggermente claudicante ma di straordinaria potenza espressiva, con gli occhi blu notte e i capelli raccolti dietro la nuca, estrasse dal sari il cellulare, quasi fosse un diamante, e ordinò al barcaiolo di raggiungerci subito perché io, così disse, dovevo vedere i roghi. Chiamami Sudha.

Ero a Ketchum, Idaho, dove Ernest Hemingway, dopo aver definitivamente rinunciato a rievocare, seduto alla macchina da scrivere, le magie del vecchio cacciatore, decise di uccidersi con un colpo di fucile, nel camposanto in cui volle essere sepolto, accanto all'ultima moglie Mary Welsh. Chiusi il cancelletto del cimitero dietro di me e, titubante come sarebbe stato un pellegrino sfinito, mi diressi a lenti passi verso la tomba di marmo bianco piena di monetine alla ricerca dello scrittore che più di ogni altro avevo amato da ragazzo. Chiamami Nick.

Ero a Jàsnaja Poljana, nella tenuta di Lev Tolstoj. Mi ci aveva portato un autista ubriaco eppure capace di guidare l'auto sul ghiaccio come fosse una slitta. Il termometro segnava molti gradi sotto lo zero. Me ne stavo andando senza essere riuscito a vedere il sepolcro del grande artista. Un'adolescente in abiti leggerissimi, che calzava assurde scarpette rosse, spuntò da una specie di isba dicendo di essere la nipote del conte. Seppi, qualche ora dopo, che era vero. Grazie a lei potei toccare con mano, laggiù in fondo al bosco dei lupi solitari, il tumulo sotto l'albero. Chiamami Natascia.

Ero a Colonia, seduto in una panchina sul Reno. L'acqua grigia sembrava copiare il cielo color piombo. Osservavo rapito la cattedrale di pietra che troneggiava in mezzo agli edifici ricostruiti come una fiaccola nel buio dopo l'apocalisse. Avevo ancora in mente la faccia di un mio scolaro con la svastica disegnata sullo zainetto, al quale avevo regalato "Il treno era in orario" di Heinrich Boll suscitando, pochi giorni dopo, il suo paradossale entusiasmo. Chiamami Roberto.

Ero sull'Ortigara, là dove il tenente Emilio Lussu aveva combattuto, trovando il corpo della sua scrittura, anche per affermare una certa idea dell'Italia e, percorrendo insieme al vecchio sergente, maestro di vita e letteratura, le creste dei monti ancora segnate dalle trincee, misuravo la distanza fra ciò che avremmo potuto essere e quello che siamo diventati. Chiamami Mario Rigoni Stern.

Tutti gli spostamenti fisici, se l'intelligenza vuole e il cuore lo concede, possono assomigliare a splendidi incroci magnetici. Attraversare lo spazio eccita il tempo. Sarà per questo che, quando parto, cerco sempre di trovare, innanzitutto, le ragioni del ritorno? Non erano così i viaggi del Novecento! Molti di quelli che li compivano avrebbero voluto smarrirsi in un altrove fantastico capace di garantire, a poco prezzo e senza troppi disagi, chissà quali clamorose scoperte e fulgide ebbrezze. Ma forse è solo nell'esperienza del limite che si comprende il valore della libertà.

In classe abbiamo una bella carta geografica. Molti miei alunni, slavi, arabi, africani e asiatici, possono considerarsi esperti viaggiatori. Hanno mangiato la polvere dei deserti, il catrame delle autostrade. Conoscono la vernice scrostata delle sbarre doganali, i sonni persi con la testa appoggiata al finestrino dell'autobus, i documenti stropicciati fra le mani. Questi adolescenti ospiti del Bel Paese, lazarilli e sciuscià del Terzo Millennio, hanno ancora negli occhi i semi dei lunghi tragitti un tempo riservati ai giovani rampolli della nobiltà europea: una complicata grana di stelle e neon pubblicitari, parcheggi semivuoti e montagne all'orizzonte, chiese e moschee. Adesso sono loro a spiegarmi, con pazienza e lungimiranza, lasciando scorrere il dito sulla mappa, le scalcinate periferie di Addis Abeba, la foresta pluviale poco distante da Lagos, i mercati galleggianti di Dacca, gli empori di Herat, le feste di Rabat, gli scantinati di Bucarest. Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula.

 

Eraldo Affinati. Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, 2006)

 
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