Eraldo Affinatil'ultimo libroNews
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Primo, credere ai miraggibr> br> I miei studenti ucraini hanno il sorriso ferito di Lord Jim, anche se non conoscono Joseph Conrad. Rashedur e Mansur sono cresciuti a Dacca girando intorno al Palazzo del Governo, capolavoro sull'acqua di Louis Kahn, quasi fosse un castello incantato. Secondo Mohamed, capace di attraversare a piedi il deserto del Sahara, Cartagine è solo un centro d'accoglienza alla periferia di Roma. br>Eppure, questi piccoli viaggiatori contemporanei, nella loro cecità vitalistica, potrebbero spiegare a noi che, cliccando su Google ci illudiamo di sapere tutto, quale dovrebbe essere il senso del viaggio all'inizio del Terzo Millennio: contrapporre alle nuove abilità scaturite dalla rivoluzione informatica la vecchia sapienza che nasce dal contatto diretto con il mondo. br>Prima di partire, bisognerebbe tornare a credere nei miraggi: ricordo come fosse ieri, seduto sulle gradinate dello stadio di baseball di Hiroshima, a due passi dall'ipocentro, la spasmodica attenzione con cui un "hibakusha", sopravvissuto al disastro atomico, osservava divertito il lancio della pallina. Gli americani, che non lo avevano ucciso da bambino, erano riusciti a conquistare il suo inconscio da vecchio. br>Oppure il nome dei numerosi Affinati incisi nei marmi di Ellis Island, di fronte alla fisionomia sfregiata di New York: Augusto, Pia, Felice, Gaspare, Giovanni e Vincenzo. I bambini poveri, le donne coi sacchi sulle spalle, quando gli Alì e i Mustafà eravamo noi che, appena sbarcati nel Nuovo Continente, dovevamo imparare l'inglese, allo stesso modo in cui fanno adesso loro con l'italiano. br>O ancora la potenza di quella croce cristiana, costruita alla metà del 1600, sul sito della casa del gesuita Matteo Ricci, al crocevia di Xuanwumen Dongdajie, a Pechino, davanti a un parcheggio abbandonato, sullo sfondo dei cantieri edili, dove la statua della Madonna evoca lo stesso effetto esotico del grande Buddha di Via Ferruccio, dietro gli Orti di Mecenate, all'Esquilino, nell'Urbe imperitura. br>Per chi non vuole fare la fine del beato possidente, leggere un romanzo deve continuare ad essere ciò che è sempre stato: un boomerang che, prima o poi, torna verso di te e ti chiede chi sei. A Città del Messico, ebbi l'impressione di aver già visto da qualche parte il gigantesco terminal "Autobuses del Norte" dov'ero appena arrivato. Mi bastarono pochi secondi di smarrimento per ritrovare Sal Paradiso nel finale di On the road. br>Pochi giorni dopo, a Cuernavaca, davanti alle insegne del "Bajo el Vulcan", ebbi un altro brivido: lì Malcolm Lowry compose molte pagine di Sotto il vulcano. La striminzita porta d'ingresso, vicino al semaforo, non lasciava presagire lo spazio posteriore. Dalla reception avanzai nella sala da pranzo. Scesi giù verso i giardini spelacchiati e la piccola piscina. Ed ecco il burrone dove viene gettato il corpo del Console, l'ultimo capitano, come un cane morto. Tutto corrispondeva: il lusso decadente dell'albergo, il frantume delle case di fronte, le ringhiere arrugginite, la sensazione di un'agonia perpetua. Ruta Humboldt. La cameriera mi osservò br> br>a lungo senza capire cosa cercassi: forse lo scarto fra vita e arte. br>Frammenti, congiunzioni, rapporti. Come fare a riconoscerli? Abbiamo la possibilità di chiedere consiglio ai veri maestri: San Francesco ci farà mettere i sandali del pellegrino, Orlando ci insegnerà il furore del paladino, Pinocchio la corsa storta del burattino. br>In mezzo alla fastosa decadenza di tutte le gerarchie culturali, nell'amaro trionfo del numero sulla qualità, viaggiare seguendo una luce interiore ci dovrebbe spingere altrove, aiutandoci a ricollocare la coscienza ordinatrice di cui ancora disponiamo, vanificata dalla nuova economia, sugli scranni che più le competono: quelli presenti nel cuore dell'uomo. br>br> (Eraldo Affinati, Corriere della sera, 20 febbraio 2012) br>br> ![]() |