Eraldo Affinati

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Quella lezione dalla dignitą dei tre genitori

     C’è qualcosa da portare in salvo nella  tragedia di Novi Ligure?  Forse sì:  l’equilibrio del padre di Erika; la compostezza dei genitori di Omar. Queste persone, travolte dal dolore, hanno mantenuto un riserbo abbastanza raro di cui tutti noi dovremmo prendere atto. Non si sono fatte strumentalizzare. Sono state vicini ai figli. I genitori di Omar hanno addirittura cambiato città per stare vicino al carcere. E' impossibile immaginare cosa succede, quale buio e quale peso opprima una volta e per sempre chi si trova davanti alla colpa di un figlio, a una verità orrenda e travolgente. Viene il dubbio che sia preferibile essere chiamati a piangere il pianto legittimo di chi subisce la tragedia, piuttosto di affrontare l'ingiustificabile, folle crudeltà che apre un baratro nella coscienza, mette alla sbarra ogni eventuale pretesa di sufficienza, annulla ogni speranza e ogni tentazione di autogiustificarsi.  Reclinati nel drammatico silenzio successivo agli eventi, questi genitori hanno cercato, per quanto possibile, di mantenere la posizione: non solo opponendo una sacrosanta resistenza alla pressione mediatica, ma prima di tutto accettando di caricarsi l'enorme, scomodo peso della propria responsabilità in quanto padre e madre di figli che sarebbe più facile abbandonare che tenere vicini. Il che ci suggerisce alcune riflessioni che vanno oltre il caso specifico.

   Educare i figli non è mai stato così difficile come oggi: da una parte trionfa la deflagrazione del desiderio che spinge molti giovani a trasformarsi in maschere di se stessi; dall’altra si afferma il vuoto piombato, senza più gerarchie di valori né vere prospettive ideali. Lo spazio di manovra dell’azione pedagogica sembra ridotto al lumicino: dove trovare la forza e la convinzione necessarie per riuscire a proporsi quali adulti credibili in un mondo in cui la moralità pubblica è sotto la suola delle scarpe e i modelli prevalenti sono talmente degradati da non suscitare più neppure l’indignazione che i nostri padri riservavano a situazioni assai meno gravi di quelle che oggi abbiamo sotto gli occhi?

   Nella scuola, che è pur sempre l'avamposto educativo, che occupa i tempi e i luoghi della formazione dell'adolescente, spesso l’insegnante è chiamato a recitare un ruolo di supplenza incongrua nei confronti della paternità mancata: mentre tutti inneggiano al successo, alla bellezza e alla sanità, lui da solo dovrebbe ricondurre lo scolaro nell’angolo della concentrazione, del rigore, della serietà. In questo lavoro si produce persino lo scontro con certe famiglie le quali tendono a giustificare il comportamento scorretto degli studenti, con adulti che non vogliono accettare il loro ruolo e che sono permissivi perché a loro stessi tutto sia concesso: ma sappiamo benissimo che nella crescita di un ragazzo sono spesso più importanti i no ben motivati che i sì troppo generosi. E' vero però che le parole servono a poco se non vengono convalidate da un modo d’essere. Ci vuole coraggio per non cedere alle pretese dei figli, ma soprattutto, e lo diciamo con ammirato rispetto, ci vuole coraggio per non abbandonarli al loro destino.

   La presenza superstite del padre di Erika e la discrezione dei genitori di Omar possono essere utili a capire che il tema del giudizio, come ci hanno spiegato gli antichi, non si esaurisce di certo nella dimensione giuridica, pure storicamente ineludibile: chi sbaglia non lo fa mai da solo, ma sempre insieme ad altri, alterando un meccanismo che può riguardare anche più generazioni. Ecco perché il silenzio animato di questi genitori così duramente provati e consapevoli rappresenta una lezione memorabile per i nostri tempi di suoni e lustrini.

 

Eraldo Affinati

 

Corriere della Sera, 4 marzo 2010

 
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