Eraldo Affinati

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Quei figli incappucciati e la crisi dei padri

   Alla Magliana, a Roma, nel punto in cui il Tevere da secoli disegna la sua curva stretta a gomito verso il mare, i ragazzini che per passatempo, noia o disperazione malcamuffata, vallo a capire, colpiscono i bengalesi, li conoscono tutti. Nati nei primi anni Novanta, cresciuti fra Villa Bonelli e il vecchio Cinodromo, frequentano, senza infamia e senza lode, le scuole della zona; il pomeriggio si riuniscono in Piazza Fabrizio De André, proprio dietro il bar "Brothers", nomi antifrastici quant'altri mai, dove è avvenuto il raid di domenica scorsa, l'ultimo di una brutta serie.

 

   Non sono più i tempi del Freddo e del Dandi, le cui gesta hanno contribuito a illustrare la storia del quartiere: quelli erano rapinatori veri e propri, animati da un delirio di potenza che a un certo punto li isolò dal consorzio, alla maniera di diavoli scaltri. Al contrario, questi adolescenti incappucciati che agiscono in gruppo, vigliaccamente, quindici contro uno, quasi avessero paura di misurarsi con se stessi, sono, in tutto e per tutto, figli nostri. Ce li dovremmo prendere in carico, sapendo che la soma è pesante perché ce la siamo meritata. Sarebbe troppo facile liquidarli alla stregua di teppistelli di periferia, schegge impazzite di chissà quali cataclismi, come se fossero androidi caduti dal cielo. Forse dovremmo chiederci se dietro le violenze di cui si fanno vanto non si nasconda una crisi di valori etici che riguarda tutti noi: nell'aria, inutile negarlo, esiste un'ostilità nei confronti di chi, in quanto straniero, sembra minacciare le fragili identità nelle quali ci crogioliamo. L'adolescente armato di bastoni che oggi assalta il fast food o il phon center gestito dagli immigrati, oltre a riportarci indietro nel cuore di tenebra del Novecento, è anche il frutto bacato, ma conseguente, dei mugugni sotterranei che numerosi adulti riservano alle presenze extracomunitarie.

 

    Conosco molti ragazzi bengalesi: sono venuti in Italia per sfuggire alla povertà delle campagne intorno a Dacca e trovare un lavoro che possa ripagare il prezzo dei sacrifici sostenuti dalle famiglie. Hanno una grande voglia di imparare. Assomigliano a spugne secche pronte ad assorbire acqua. Fra qualche anno faranno il pane e la pizza, venderanno ombrelli e fiori. Adesso molti di loro hanno paura a camminare in strada da soli. Spezzare il sorriso che li alimenta è un crimine forse grave quanto quelli di cui si rese protagonista il Libano, il famigerato capobanda della Magliana.

 

   Eppure questi Rashedur, questi Robayet, questi Shomran, prima ancora di diventare grandi, stanno paradossalmente indicando il lavoro umano che noi dobbiamo ancora compiere: il confronto autentico con loro. Troppo spesso restiamo qui, al palo, frenati dal timore di perdere chissà quali privilegi, in nome di una sicurezza che sempre più si configura nella patetica "filosofia del condominio" i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

 

 

Eraldo Affinati

 

 

Corriere della Sera, 16 marzo 2010

 

 
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