Eraldo Affinatil'ultimo libroNews
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Un maestro e la classe visitano Roma anticabr>br> Nei luoghi della Roma antica, dove un tempo Johann Wolfgang Goethe scopriva la concretezza dei classici e Stendhal s'inebriava nelle sue felici passeggiate, oggi i miei scolari, adolescenti quasi tutti stranieri, misurano l'entità dei loro viaggi e forse per la prima volta comprendono quello che hanno fatto nel momento in cui, costretti dalle guerre e dalla povertà di questo mondo, abbandonarono case e famiglie incamminandosi verso l'ignoto. br>br> Ibrahim, sedici anni, cresciuto in un villaggio sulle sponde del Nilo, quando è uscito dalla metropolitana, di fronte alla Piramide Cestia, non ha saputo trattenere la sua emozione: "Romani copiato noi!" Come dargli torto? br>br> Nasir, nella spianata del Circo Massimo, sotto il frantume dell'Aventino, mentre io riflettevo assorto sulla vanità enunciata dall'Ecclesiaste, mi ha tirato la manica del giubbotto. Lui ancora non parla italiano ma i suoi occhi dicevano: "Svegliati! Io fino a due mesi fa ero in corsa lungo le piste del Mar Caspio, ora sono qui insieme a te, dopo aver ripercorso all'incontrario il viaggio di Marco Polo!" br>br> Ricordo quando li ho accompagnati al Colosseo. Avevamo appena studiato i verbi del passato remoto, i più difficili da imparare perché spesso irregolari, quindi sapevamo di dover affrontare una prova impegnativa. br>br> Giunto nei pressi delle tre grandi lastre di marmo che illustrano i confini imperiali, ho dichiarato: "Gli antichi romani conquistarono quasi tutta l'Europa. Si fermarono soltanto davanti alle foreste tedesche, a nord, e di fronte al deserto africano, a sud." br>"Io lo attraversai" ha esclamato Abdi con la soddisfazione di chi ha fatto centro e la fierezza del testimone oculare. Salvatore, accanto a lui, ha alzato di scatto lo sguardo dallo schermo del cellulare, come folgorato. Il somalo ha la stessa età dell'italiano ma, quanto ad esperienza, sembra suo padre. Conosce la sabbia che acceca, le notti trascorse all'addiaccio, gli scorpioni fra le rocce. Saprebbe raccontarti i capolavori di Charles Doughty senza averli letti. Fosse nato nell'altro secolo, sarebbe stato il portaordini del colonnello Lawrence. br>br> Nei pressi del grande anfiteatro Andrea si distrae giocando coi pupazzetti attaccati allo zaino. Ma quando spiego che i romani colonizzarono il Vecchio Continente e con il latino lo unificarono linguisticamente, Dimitri, rumeno di Costanza, lo redarguisce con forza: "Stai 'tento quelo che dice professore! Noi Daci. Mia lingua uguale la tua!" br>Questi ragazzi personalizzano tutto e questo consente loro di triplicare l'andatura. Basta accennare al fatto che i romani impararono dai greci la poesia, la scultura e l'architettura per vederli scattare fra gli archi e le rovine come se fossero stati punti dalla tarantola. br>"Su le mani, parlate uno alla volta e, prima di farlo, ripetete il vostro nome, così me lo scrivo sul taccuino e vi metto un bel voto!" br>"Ahmed! In mio paese, Tunisia, io visto Colosseo più piccolo ma uguale questo!" br>"Javid! Afghano. Tu dici Greca. Io stato Patras, notte sotto camion. Tanta aqua fino Italia." br>"Manuele! M'ariconosci professò? A me me ce portava mì padre ar Colle Oppio qua sopra. Aricòrdate! Sempre forza Roma!" br>br> Alì osservava con stupore indicibile l'Arco di Costantino. Lui è turkmeno; quando in classe gli mostrai il luogo della battaglia di Adrianopoli, lo vidi sobbalzare perché era passato di lì, senza che se ne rendesse conto, per venire in Italia: nel punto in cui i goti annientarono l'esercito romano, Alì, all'ombra di una catapecchia, aveva assaggiato il gelato al pistacchio! br>br> Asif, il quale era rimasto concentrato per tutta la lezione, camminava pensieroso sui pietroni della Via Sacra: forse tornava con la mente alle rovine di Ghazni, dove aveva visto morire i suoi genitori e ora sentiva, dentro di sé, come un vortice, lo strapiombo della storia. Omar ammirava i gladiatori in calzamaglia di lana che si facevano fotografare accanto ai turisti. A Matiur, il ragazzo con il sorriso più bello del Bangladesh, mancavano le parole, ma alla fine è venuto da me apposta per dirmi: "Questa fu grande civiltà!" ed io mi sono complimentato con lui perché, senza farci caso, aveva usato bene il passato remoto del verbo essere. br>br> Eraldo Affinati br>br> br> Corriere della Sera, 12 marzo 2010 br> br> |